Panificazione bosina e tradizionale italiana, consulente,maestro,docente,dimostratore e formatore di pane pizza prodotti lievitati per Associazioni,Fiere,Privati,CFP,Scuole Alberghiere, Enti Agenzie ed Aziende. Corsi e dimostrazioni in Italia e estero. Iscritta OTA. Giudice di gara in competizioni nazionali e mondiali. Numerose pubblicazioni tecniche.Autrice n. 4 testi di Arte Bianca. Direttore Quotidie Magazine. Presidente Quite-Alan
lunedì, maggio 18, 2015
Pan de Mej o di Pan Meino o pane di miglio
Parlare di Pane di miglio o Panigada vuol dire nominare uno dei maggiori miti gastronomici della tradizione lombarda. Suscita sempre un certo timore reverenziale per i secoli di storia e gli avvenimenti che l’hanno accompagnato, legati molto stesso a povertà, guerre, carestie, saccheggi, sommosse popolari o semplicemente intesi come segno di condivisione popolare di buon auspicio di quello che natura poteva dare. Continua a questo link http://www.quotidiemagazine.it/
domenica, maggio 10, 2015
Il frumento NON contiene glutine ma...
La stabilità dell'impasto
è fortemente influenzata dall’interscambio tra gruppi sulfidrilici e
disolfurici delle proteine del glutine. La componente proteica, in particolare
la parte identificata dalle proteine insolubili, è quella che interessa maggiormente
la strutturazione della maglia glutinica o glutine.
L’attitudine
di una farina di frumento a formare il glutine... Continua a leggere a questo link http://www.quotidiemagazine.it/ previa registrazione gratuita sul portale.
venerdì, maggio 08, 2015
Sei solo ...una PIZZA!
Quando si parla d’impasti per pizza, la prima cosa di cui si
dovrebbe sentire parlare è il complesso delle reazioni biochimiche ed
enzimatiche che avvengono nella cosiddetta fase della maturazione. I responsabili di tutti i processi metabolici sono
quindi gli enzimi ossia delle particolari proteine con funzione di
catalizzatori biologici e che, grazie alla loro azione, possano far avvenire
reazioni che in caso contrario non avverrebbero in quelle condizioni. Molto
spesso però questo concetto è ancora un po’ nebuloso e il termine è usato
erroneamente, come sinonimo di fermentazione.
La fermentazione e la maturazione sono due complessi e ben
distinti metabolismi, che includono condizioni e reazioni biochimiche, che
nulla hanno a che vedere l’una con l’altra. Non sono due metabolismi
interscambiabili e/o sinonimi, ma al massimo consequenziali e dipendenti l’uno
dall’altro: se non c’è maturazione non ci può essere fermentazione, sviluppo di
aromi, produzione di gas, acidi, colorazione della crosta, digeribilità,
miglioramento sensoriale ecc. L’impasto della pizza
sarà digeribile solo se ... continua a leggere sulla testata online QUOTIDIE MAGAZINE a questo link http://www.quotidiemagazine.it/
giovedì, aprile 16, 2015
Il CASTELMAGNO: carattere piemontese
Un bellissimo articolo sul Castelmagno firmato da una grande appassionata di food: Caterina Vianello.
Anno 1277: una contestazione relativa all’usufrutto di alcuni pascoli
oppone il Comune di Castelmagno e quello di Celle di Macra. Il canone annuo, da
pagare al Marchese di Saluzzo, è fissato in un certo numero di forme di
formaggio.
Anno 1722: un decreto di re Vittorio Amedeo II ordina la fornitura di
Castelmagno al feudatario locale.
Siamo in Piemonte, provincia di Cuneo, e il
piccolo comune situato tra le Alpi Marittime e le Alpi Cozie che dà il nome ad
uno dei formaggi più eleganti ed austeri della tradizione casearia italiana, il
Castelmagno appunto, è l’unico, oltre a Pradleves e Monterosso Grana, dove si
produce il “re dei formaggi”, come viene chiamato (e in questo caso la modestia
è davvero da bandire). La sua storia è contrassegnata da alterne fortune: se
oggi è uno dei prodotti che rappresenta al meglio l’eccellenza agroalimentare
regionale, ricalcando le sorti che ebbe nel corso dell’Ottocento, quando compariva
nei menù dei più prestigiosi ristoranti di Londra e di Parigi, nel corso del
‘900 le guerre e lo spopolamento della montagna attorno agli anni ’60 ne
compromisero seriamente la produzione. Gli anni ‘80 segnano però la ripresa: lo
sforzo del Consorzio di tutela, costituito nel 1984, e l’affermazione di un
modello turistico che unisce alla conoscenza geografica del territorio anche
una sua “esplorazione alimentare”, costituiscono oggi gli elementi sui quali si
può contare per una diffusione gastronomica, commerciale e “culturale” del
prodotto, tra i consumatori italiani ed internazionali. Continua sulla testata Quotidie Magazine a questo link http://www.quotidiemagazine.it/.
Il lievito...SONO IO!
In generale, quando si parla di S. cerevisiae ci si limita alla valutazione della sola fermentazione
alcolica senza mai considerare la sua importanza come organismo unicellulare. E’
troppe volte accusato ingiustamente, spesso demonizzato, responsabile
d’intolleranze/allergie, studiato intensamente per più di un secolo come
modello di cellula eucariota, sfruttato nell’industria alimentare, vecchio di
millenni, ma nonostante ciò …sempre di attualità e relativamente poco
conosciuto al grande pubblico. Da un
punto di vista scientifico – microbiologico è importante affermare che il Saccharomyces cerevisiae è un vero e
proprio lievito (blastomicete) naturale, è sporigeno e quindi per forza di cose
i locali, le attrezzature, i macchinari ecc., del luogo di lavoro sono
contaminati dalle sue spore, salvo che non si lavori in luoghi separati in cui
vi siano presenti degli opportuni sistemi di filtraggio e purificazione
dell’aria.... Continua sulla testata mensile QUOTIDIE magazine a questo link http://www.quotidiemagazine.it/
martedì, aprile 14, 2015
BASTA....veleni!
Recentemente
continuano
a essere proposti frasi o articoli che, a mio parere, rappresentano un
“terrorismo alimentare” che poco o per nulla si addicono alla farina di frumento TIPO OO.
Come Tecnologo alimentare ho delle regole deontologiche molto rigorose
da rispettare, come tutti i professionisti (giornalisti, medici,
nutrizionisti ecc.) e certi termini NON li posso usare soprattutto se
riferiti ad alimenti. L’utilizzo di certi vocaboli della lingua italiana contrasta con la mia
deontologia professionale atta a migliorare il cibo, la vita, la salute,
la nutrizione; a rispettare il consumatore, a studiare innovazioni in
campo salutistico e non a demonizzare il cibo, scatenare il panico
mediatico e a chiamare “veleno” un alimento. Continua a questo link http://www.quotidiemagazine.it/
sabato, aprile 11, 2015
QUITE: il pane che ha fatto la storia della QUINOA in Italia.
Il pane denominato con l’acronimo QUITE fu
il primo in assoluto nel 2010 a essere realizzato con la farina di
Quinoa e presentato come prodotto innovativo a Verona nel corso dello
stesso anno. Un pane innovativo, creato su ricetta esclusiva,
commissionato dalla Federazione Italiana Panificatori Pasticceri e
Affini di Roma (FIPPA) e presentato ai panificatori artigiani, alla
stampa e al pubblico in occasione proprio della Fiera SIAB. Allora non
fu assolutamente compreso (panificatori inclusi) proprio perché la
Quinoa in Italia, nel settore dell’Arte Bianca, non la conosceva
nessuno.... Continua a leggere, previa registrazione sul portale, a questo link www.quotidiemagazine.it
venerdì, novembre 28, 2014
Varietà antiche: la riscoperta dei frumenti autoctoni
Premessa
Negli ultimi cinque/sei anni si è assistito ad una sempre maggiore
richiesta, da parte dei consumatori, di grani antichi autoctoni
biologici italiani; domanda che è diventata quasi un vero boom
commerciale. I piccoli molini locali possono finalmente veder
riconosciuti gli sforzi di anni, in cui la propria produzione non poteva
sostenere il mercato.
In realtà, la nuova tendenza non coglie impreparato il settore dell'agricoltura italiano; in quanto queste varietà sono sempre state coltivate, ma nel passato la loro produzione era notevolmente limitata a causa della scarsa resa produttiva, della tendenza al fenomeno dell'allettamento, nonché delle proprietà reologiche che non permettevano elevate performance in termini di panificabilità e pastificazione. Molini che coltivavano il proprio frumento, nei propri campi, seguendo la filiera del biologico e del biodinamico e che macinavano a pietra, hanno avuto per anni vita molto dura, vedendosi letteralmente schiacciati dalle Aziende leader di Mercato che, importando massicciamente dall'estero e additivando volontariamente i frumenti, potevano permettersi di commercializzare le farine ad un prezzo di circa 3-4 volte inferiore.... Continua sul portale TAFF a questo link http://www.taff.biz/articoli/varieta-antiche-la-riscoperta-dei-frumenti-autoctoni
In realtà, la nuova tendenza non coglie impreparato il settore dell'agricoltura italiano; in quanto queste varietà sono sempre state coltivate, ma nel passato la loro produzione era notevolmente limitata a causa della scarsa resa produttiva, della tendenza al fenomeno dell'allettamento, nonché delle proprietà reologiche che non permettevano elevate performance in termini di panificabilità e pastificazione. Molini che coltivavano il proprio frumento, nei propri campi, seguendo la filiera del biologico e del biodinamico e che macinavano a pietra, hanno avuto per anni vita molto dura, vedendosi letteralmente schiacciati dalle Aziende leader di Mercato che, importando massicciamente dall'estero e additivando volontariamente i frumenti, potevano permettersi di commercializzare le farine ad un prezzo di circa 3-4 volte inferiore.... Continua sul portale TAFF a questo link http://www.taff.biz/articoli/varieta-antiche-la-riscoperta-dei-frumenti-autoctoni
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mercoledì, novembre 26, 2014
Lievito madre: innovazione o tradizione millenaria?
In questi ultimi mesi, non si
parla d’altro che di madre o lievito di pasta acida naturale facendolo passare
per la scoperta del secolo (convegni, corsi, articoli su testate, su web, simposi,
polemiche ecc.) e, a mio avviso, con tutta onestà scientifica e microbiologica con
svariate per non dire impressionanti imprecisioni sia tecniche sia
microbiologiche. Giusto per riassumerne alcune: “La madre non contiene Saccharomyces cerevisiae e se, anche ci
fosse, sarebbero ceppi di blastomiceti differenti dalla cultura pura di S. cerevisiae fresco” (impossibile
microbiologicamente perché essendo ascospore provenienti per riproduzione
sessuata dalla cellula madre, andando a contaminare la madre sotto quella forma,
mantengono inalterato il genoma e tutte le caratteristiche strutturali,
fisiologiche metaboliche della cellula madre!), “Il lievito di pasta è naturale
mentre il S. cerevisiae, non lo è”, “La
lavorazione con la madre è una metodica diretta” è giusto l’ultima … “Il
lievito madre è la nostra frontiera”. Su quest’ultimo punto permettetemi di
dissentire leggermente perché, ancora una volta, ritengo che non si sia
scoperta l’acqua calda in quanto il lievito madre fa parte delle nostre
tradizioni da secoli e secoli sia nel campo della panificazione sia nel settore
pizzeria. Non è un’innovazione né
tanto meno una frontiera senza il
quale, per alcuni, sembra non si possa più lavorare. In un testo di Umberto
Verona dei primi del ‘900 già si leggeva “Il
fermento naturale o di trapianto è formato da pasta inacidita, che dopo lunga e
faticosa preparazione è introdotto nella massa della pasta fresca: questo
fermento come ci viene dato dalla natura è allo stato greggio… Questi fermenti hanno
la virtù di conservare la loro proprietà all’indefinito per mezzo del
trapianto: questo è quello che chiamasi fermento naturale.” Se il testo del Verona può sembrare specifico
di panificazione, la storia stessa della pizza ci viene in aiuto. In origine la
pizza (prima del 1800), prima che fosse commercializzata nelle pizzerie, era
preparata in casa dalle massaie napoletane con della semplice farina impastata
e lievitata con il “criscito” (una sorta di “riporto” ottenuto dalla
fermentazione di un impasto precedente) per cui anche in questo caso si usava
un impasto acidificato. Per molti non è neanche una riscoperta (magari lo è
solo per pochi!) perché chi lavora con la madre, continuerà a farlo e chi non la
utilizza, può continuare a lavorare senza perché, la caratteristica del nostro
mestiere, è proprio quella di poter applicare le lavorazioni che si ritiene più
opportune con la libera scelta delle proprie convinzioni, conoscenze ed esperienza,
senza sentirsi degli incapaci. (per esempio ci sono dei pani che con il lievito
madre non possono essere realizzati!) E’ chiaro quindi che la lavorazione con
la madre sia storia accertata da millenni e millenni e tutti ne conoscevano i
pregi (etruschi compresi!). Quindi, ritengo che non si debba passare per
innovazione ciò che è semplicemente storia e tradizione. E’ vero, oggi, ci sono
molti più studi a livello universitario di due/tre secoli fa, si è arrivati
allo studio del genoma di ogni microrganismo, all’estrazione degli enzimi, allo
studio dei pre e probiotici, nutraceutici ecc. e chissà quale futuro ci riserva la
microbiologia e la biochimica in questo settore, permettendo agli artigiani di
lavorare con molte più informazioni scientifiche specifiche sulle madri
(identificazione microbica, differenze microbiologiche e metaboliche nelle
gestioni, utilità dei rinfreschi per la coltura e motivazioni biochimiche e
fisiche del bagno ecc.). Diciamo che, per un lungo periodo, qualche artigiano
poco consapevole, ha considerato questa tecnica di lavoro, solamente una
perdita di tempo dimenticandosi troppo spesso e troppo velocemente degli
insegnamenti dei loro padri per svariati motivi tra i quali: comodità, rapidità
e barlume di facili guadagni. E’ chiaro che questo buco generazionale di
conoscenze e tecniche inizia a farsi sentire e i pochi hanno la necessità di
mettersi al passo con i tempi. Mi sembra però più rispettoso e corretto
affermare che la madre potrebbe essere intesa come un’evoluzione di un concetto
fortemente tradizionalista nello stesso modo in cui si evolvono, adattandosi
alla variazione delle abitudini socio alimentari, molti altri aspetti legati
alle nostre tradizioni storiche. A mio
parere, non sembra corretto neanche affermare che senza la madre non si può
lavorare, perché se è vero che impartisce sensazioni organolettiche,
digeribilità e shelf life impagabili, è anche vero che vi sono altre tecniche
che permettono di raggiungere ottimi livelli qualitativi a favore di una più semplice
gestione. Ritengo pertanto che la madre sia e resti storia e tradizione;
al massimo potrà appunto essere intesa come evoluzione
della tradizione, ma non certo né innovazione
né tanto meno futuro del settore. Ci
sarà futuro e innovazione se si rispetterà il passato, il presente e le libere
scelte di ciascuno.
- PIZZA E PASTA anno XXIV, numero 02, 28 - 32, 2013 -
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